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Davide Tizzano ed Agostino Abbagnale – da corrieredelmezzogiorno.corriere.it

articolo di Giovanni Manenti

Conclusasi quattro anni prima a Barcellona 1992 l’era dei “fratelloni d’Italia“, Carmine e Giuseppe Abbagnale, con la medaglia d’argento alle spalle degli inglesi Greg e Jonny Searle, anche a causa dell’eliminazione dal programma olimpico degli armi del “Due con” e del “Quattro con“, il testimone in campo canottieristico è raccolto dal fratello minore Agostino che, in coppia con Davide Tizzano, si presenta ad Atlanta 1996 nella specialità del “Due di coppia“.

Ad onor del vero Agostino Abbagnale, classe 1966 e come i due fratelli più famosi nato a Pompei, e Davide Tizzano, napoletano verace di due anni più giovane a cui i medici, da adolescente, consigliarono di praticare il nuoto, non sono una novità nel panorama a cinque cerchi, avendo già conquistato l’oro nel “Quattro di coppia” a Seul 1988 unitamente a Gianluca Farina e Pietro Poli, e tentano ora una nuova impresa – dopo che Agostino si è dovuto fermare per ben cinque anni a causa di una tromboflebite che aveva rischiato di pregiudicargli il prosieguo dell’attività agonistica – in una specialità che l’anno prima, ai Mondiali di Tampere 1995, ha visto trionfare con largo margine i danesi Lars Christensen e Martin Hansen in 6’17″01, con quasi 2″50 di vantaggio sulla coppia tedesca Steiner e Volkert, con la coppia azzurra non meglio che 13esima.

In sede olimpica, nel bacino del Lake Lanier, tra il 21 e il 27 luglio, fortunatamente, le cose vanno ben diversamente, ed una prima buona notizia per l’armo azzurro deriva dal dirottamento della coppia tedesca sul “Quattro di coppia” – specialità in cui infatti vincono l’oro davanti ad Usa ed Australia – con ciò togliendo un pericoloso avversario, viceversa materializzati nelle batterie nei norvegesi Steffen Skar Undseth e Kjetil Storseth (bronzo a Tampere l’anno prima), che realizzano il miglior tempo di 6’43″35 rispetto al 6’44″01 dei francesi Frederic Kowal e Samuel Barathay ed al 6’48″22 dell’imbarcazione azzurra, con Christensen ed Hansen a loro volta vincitori della seconda batteria in 6’48″75, la più equilibrata con i tedeschi Sebastian Mayer e Roland Opfer subito alle loro spalle.

Le due semifinali ribaltano parzialmente i risultati del primo turno, con Abbagnale e Tizzano che si impongono nella prima in 6’37″49 staccando nettamente l’armo norvegese (6’40″15), ma nella seconda i francesi ottengono 6’32″86 che li pone come favoriti della finale, trascinandosi dietro, con ottimi riscontri cronometrici, anche l’armo austriaco composto da Arnold Jonke e Christoph Zerbst, argento a Barcellona 1992, (6’35″76) e quello danese (6’37″10), tutti tempi inferiori a quello realizzato dall’Italia.

Ma il canottaggio è disciplina dove, più di ogni altra, le energie si riservano per la finale, e qui gli azzurri costruiscono il successo sin dall’avvio, transitando ai 500 metri con 42/100 di vantaggio sulla Francia ed 89/100 sulla Norvegia, che recupera sui francesi a metà gara quando però l’Italia è già scappata via incrementando il margine ad 1″66 sull’armo scandinavo ed a 2″67 sui transalpini, con le altre tre imbarcazioni, compresi i danesi campioni del mondo e gli austriaci appunto vice campioni olimpici quattro anni prima a Barcellona, ormai tagliate fuori dalla lotta per le medaglie.

Ai 1500 metri la barca azzurra mantiene pressoché inalterato il distacco dagli inseguitori, con 1″59 di vantaggio sulla Norvegia, grazie allo sforzo sovrumano di un Tizzano mai così coraggioso e che a fine gara abbisognerà dell’intervento dei medici, incrementando a 2″91 il margine sulla Francia e resistendo nel finale al tentativo di rimonta di Undseth e Storseth, concludendo in 6’16″98, miglior prestazione olimpica della specialità, davanti alla stessa Norvegia (6’18″42) ed alla Francia (6’19″85).

L’Italia conquista una memorabile affermazione, l’unica del canottaggio azzurro ai Giochi di Atlanta 1996, che ricompensa soprattutto Agostino Abbagnale della sfortuna, le sofferenze ed i sacrifici che lo hanno accompagnato da Seul ad Atlanta. Ora sì il più piccolo della famiglia d’oro, che fu già argento nella specialità dell'”Otto” nell’ormai lontano 1985 ai Mondiali di Hazewinkel, si è guadagnato un posto al tavolo dei due grandi fratelli.

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Lo sprint vincente di Maertens a Praga 1981 – da corriere.it

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Quando nel 1987 Freddy Maertens, ormai privo di stimoli, a secco di successi da anni e fisicamente inadatto a continuare l’attività, appende la bicicletta al chiodo per intraprendere una seconda vita che non gli regalerà, ad onor del vero, grandi soddisfazioni, vanta un palmares da leccarsi i baffi.

Questo ragazzo nato a Nieuwpoort il 13 febbraio 1952, infatti, avviato al ciclismo da papaà Gilbert, appare sulla scena come un predestinato, avendo collezionato da dilettante una serie clamorosa di vittorie grazie ad uno spunto veloce che lo eleggerà tra i più grandi sprinter di ogni tempo. E se l’etichetta di nuovo Merckx peserà come un macigno sulle sue spalle, ecco che al primo anno da professionista, 1973, vestendo la maglia della Beaulieu-Flandria, Maertens domina la Quattro Giorni di Dunkerque, è secondo al Giro delle Fiandre battuto da Eric Leman ma davanti al “cannibale” e quinto alla Parigi-Roubaix, meritandosi la convocazione per il Mondiale di Barcellona in cui il giovane fiammingo, naif e rivoluzionario com’è, contravviene agli ordini di scuderia non certo aiutando il grande Eddy con il risultato, infine, di venir entrambi beffati allo sprint da Felice Gimondi che strappa loro la maglia arcobaleno.

Ma sarà proprio la corsa iridata a dar gloria a Maertens, mai vincitore invece di una classica monumento, che negli anni successivi iscrive il suo nome alla Gand-Wevelgem e alla Parigi-Bruxelles nel 1975, all’Amstel Gold Race, ancora alla Gand-Wevelgem, al Campionato di Zurigo, al Gran Premio di Francoforte e al Gran Premio delle Nazioni, con il corollario di otto tappe al Tour de France, nel 1976,  alla Parigi-Nizza, a sette tappe del Giro d’Italia, in cui è costretto all’abbandono per una caduta che ne condizionerà il seguito della carriera, e alla classifica generale della Vuelta, vincendo ben 13 tappe e tenendo la maglia di leader dal primo all’ultimo giorno, nel 1977, a chiusura di un biennio d’oro in cui risulta primo nel Superprestige Pernod, una sorta di classifica che premia il miglior corridore dell’anno, alla Het Volk e al Gran Premio di Harelbeke nel 1978, prima di eclissarsi per un biennio, vittima di sè stesso e di una condotta di vita non proprio da monaco certosino.

Dicevamo del campionato del mondo, che vede il fiammingo, già secondo anche da dilettante nel 1971 a Mendrisio quando lo beffa il francese Regis Ovion, riscattare la piazza d’onore del 1973 vincendo proprio in Italia il titolo del 1976, quando sul traguardo di Ostuni batte in una volata a due l’idolo tricolore, Francesco Moser. E se a San Cristobal e Nurburgring si ritira, nel 1981, quando di lui si erano ormai perse la tracce, Maertens, che nel frattempo ha cambiato casacca trovando un ingaggio alla Boule d’Or, torna competitivo come ai bei tempi, vincendo cinque tappe e per la terza volta la maglia verde della classifica a punti al Tour de France, presentandosi da outsider al campionato del mondo di Praga, che si disputa su un tracciato non troppo selettivo e magari adatto anche ai velocisti.

Si corre nel grande parco alla periferia di Praga, su un circuito lungo 12 chilometri con ampi saliscendi, infinitamente più facili di quelli di Sallanches dell’anno prima. Alfredo Martini manda all’arrembaggio una squadra molto compatta, formata da Amadori, Baronchelli, Battaglin, Contini, Gavazzi, Loro, Masciarelli, Moser, Panizza, Saronni, Torelli e Vandi. Gli italiani terranno sotto controllo tutta la gara con la sola eccezione dello sprint finale che costerà il titolo.

Non è, ad onor del vero, una gran corsa, forse per le troppe marcature ed anche per il percorso abbastanza facile. Il ritmo è lento anche perché molti dei partecipanti prevedono il classico arrivo in volata. Hinault, campione in carica per la vittoria dell’anno prima proprio a Sallanches, prova le gambe al quinto giro con Gavazzi e Marino Lejarreta che però gli piombano subito addosso. Il francese sembra in gran spolvero, ma una caduta lo obbliga a dover rimediare un ritardo di due minuti, e la fatica accumulata nella rincorsa gli costerà cara proprio all’atto risolutivo della corsa. Tutto tace per altri sette giri quando alla dodicesima tornata un plotoncino con 12 uomini allunga in avanscoperta; ci sono dentro Gavazzi, Battaglin e Van Springel ma il gruppo decide in fretta che è meglio non concedere troppa confidenza a questi fuggitivi, riprendendoli in poco tempo. Baronchelli è molto attivo, prova un paio di volte ad andare via ma il gruppo fa l’elastico tenendo sotto controllo qualsiasi fuga, anche perché a ricucire lo strappo sul bergamasco, che corre con la Fam Cucine di Moser ed azzarda l’attacco anche ai meno 2 chilometri con lo scozzese Robert Millar, è Panizza, scudiero di Saronni alla Gis Gelati. E così si arriva alla volata finale. Moser, nemico giurato di Saronni a dispetto delle indicazioni di Martini che ha imposto a tutti, lui compreso, di correre per Beppe nel caso di arrivo a ranghi compatti, non fa quel che gli viene chiesto, rispunta Baronchelli che pilota Saronni e ai duecento metri gli lascia strada, con Hinault ad inseguirlo tanto per una questione di prestigio. Saronni è ancora primo ma ai cinquanta metri, come un rapace, esce fuori Maertens che salta il lombardo e proprio sul filo di lana brucia tutti con una zampata che ricorda quella di cinque anni prima, 1976, ad Ostuni. Il belga è per la seconda volta campione del mondo, meglio di lui solo Binda, Merckx e Van Steenbergen con tre successi, come lui Geroges Ronsse, Alberic Schotte e Rik Van Looy.

E così, tanto per non fare sconti a nessuno, Freddy Maertens, dopo Moser, beffa anche Saronni, ma la sconfitta, se brucia in casa Italia, sarà di buon auspicio… l’anno dopo Beppe trionferà a Goodwood esattamente come Francesco vinse la maglia iridata l’anno dopo Ostuni, a San Cristobal 1977. Per il fiammingo, invece, è il canto del cigno, un canto colorato d’arcobaleno.

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Il vittorioso arrivo di Mennea con il record di 19″72 – da:correre.it

Articolo di Giovanni Manenti

Personaggio particolare, il barlettano Pietro Mennea, indubbiamente caparbio, quanto mai meticoloso negli allenamenti, ma allo stesso tempo scorbutico, scontroso, sempre in eterno conflitto, principalmente con sé stesso al pari dell’ambiente che lo circonda, come se temesse di avere qualcuno pronto alla prima occasione a pugnalarlo alle spalle e quindi dover di continuo dimostrare di essere all’altezza delle aspettative …

Questo coacervo di emozioni non si è mai capito sino in fondo se abbia o meno giovato alla sua, sia pur straordinaria carriera, anche se resta il fatto che, dopo Livio Berruti negli anni ’60 (peraltro durato molto meno a livello di attività …) solo il Campione pugliese è stato in grado di scrivere pagine epiche nella velocità della nostra Atletica Leggera.

Rivelatosi ai Giochi di Monaco 1972 dove coglie ad appena 20 anni un eccellente bronzo in 20”30 nella Finale dei m.200 dominata dal sovietico Valery Borzov – primo, e sinora unico, europeo a cogliere l’Oro olimpico sia sui 100 che sui 200 metri – Mennea passa da essere protagonista ai Campionati Europei di Roma ’74 (argento sui m.100 in 10”30 alle spalle di Borzov ed Oro sulla doppia distanza in 20”60) alla delusione dei Giochi di Montreal ’76, dove fallisce il podio sulla sua gara preferita dei m.200, quarto in 20”54 nella Finale che incorona il giamaicano Donald Quarrie, primo in 20”23.

Amareggiato per l’esito di detta Finale, Mennea sfoga la sua rabbia fermando i cronometri sul 20”23 (ironia della sorte, lo stesso identico tempo impiegato da Quarrie per salire sul più alto gradino del podio olimpico …) a metà del successivo mese di agosto al Meeting di Viareggio, per poi confermarsi ancora in terra toscana correndo la distanza in 20”1 manuale il mese successivo a Pisa …

Una delle indiscusse doti di Mennea è sempre stata quella di saper reagire con rabbia alle delusioni, spinto da un elevato orgoglio ed amor proprio, alla ricerca diremmo quasi spasmodica dei suoi limiti, venendo peraltro premiato in termini cronometrici, come dimostra la stagione 1977 che lo vede registrare, nell’arco di soli 15 giorni, un 20”11 il 2 luglio a Milano ed un 20”15 il 17 successivo ad Atene, per poi essere selezionato a rappresentare l’Europa sia sui 100 che sui 200 metri in occasione della prima edizione della Coppa del Mondo che si svolge a Dusseldorf ad inizio settembre …

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Opposto ai migliori velocisti del panorama internazionale, l’azzurro non sfigura, portando a casa il quarto posto in 10”37 sulla più corta distanza, preceduto da specialisti quali l’americano Steve Williams (primo in 10”13), il tedesco orientale Eugene Ray ed il cubano Silvio Leonard, che concludono in 10”15 e 10”19 rispettivamente, per poi cedere solo al fotofinish nella gara dei m.200 rispetto all’americano Clancy Edwards, venendo entrambi accreditati del medesimo tempo di 20”17, a dimostrazione di come Mennea sia oramai in grado di coprire la distanza con continuità sotto i 20”20.

L’anno successivo rappresenta quello della definitiva consacrazione per l’oramai 26enne barlettano, che ai Campionati Europei di Praga coglie una splendida doppietta in entrambe le prove e facendo registrare i suoi migliori tempi stagionali, con il 10”19 in batteria sui m.100, dove in Finale sono sufficienti 10”27 per avere la meglio sul ricordato Ray, mentre l’atto conclusivo sulla doppia distanza lo vede trionfare in 20”16 con un margine impressionante sul secondo classificato, l’altro tedesco orientale Olaf Prenzler che conclude staccatissimo a quasi mezzo secondo di distacco.

Affermatosi senza tema di smentita come il miglior velocista del Vecchio Continente, Mennea – per sua natura altresì generoso come pochi, uno che non rifiuterebbe mai un invito a gareggiare – è oramai pronto ad attaccare la “barriera dei 20” netti” che, all’epoca, era stata infranta da tre soli atleti, ovvero gli americani Tommie Smith – detentore del record mondiale con 19”83 stabilito alle Olimpiadi di Città del Messico ’68 – e John Carlos, bronzo ai Giochi ed autore di 19”92 un mese prima della Rassegna a cinque cerchi, oltre al già citato giamaicano Quarrie, che il 3 agosto 1971 a Cali aveva fermato cronometri sui 19”86.

Nonostante il 1979 non sia, come ogni anno dispari al tempo, in attesa della nascita dei Campionati Mondiali, una stagione da grandi appuntamenti internazionali (Campionati Europei ed Olimpiadi, per intendersi …), per l’azzurro vi sarebbero comunque quattro eventi da onorare, ovvero la Coppa Europa per Nazioni ad inizio agosto a Torino, la seconda edizione della Coppa del Mondo in programma dal 24 al 26 agosto a Montreal, le Universiadi che si svolgono dal 2 al 13 settembre a Città del Messico ed infine i Giochi del Mediterraneo …

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Occorre precisare che Mennea, nelle edizioni del 1975 dei Giochi Universitari e del Mediterraneo (svoltisi a Roma ed Algeri rispettivamente …) si era imposto su tutte e due le gare di velocità in entrambe le occasioni, circostanza per la quale la FIDAL avrebbe piacere di averlo a disposizione per il relativo Medagliere, ed il nodo cruciale è la quasi concomitanza tra la Coppa del Mondo e le Universiadi …

Affermatosi in Coppa Europa sui m.100 con un eccellente 10”15 che migliora il citato record italiano stabilito l’anno prima a Praga, Mennea si fa sorprendere dallo scozzese Allan Wells (20”29 a 20”31) il giorno appresso sulla doppia distanza, per poi dover combattere con le Federazioni italiana ed europea per quel che concerne la sua partecipazione alla Coppa del Mondo in rappresentanza dell’Europa …

Il punto è che il tecnico della velocità Carlo Vittori, che segue la preparazione di Mennea, sa bene che la sede della Capitale messicana è l’ideale – data la sua altitudine ad oltre 2mila metri sopra il livello del mare – per cercare di raggiungere l’obiettivo del “meno 20” netti”, ma che per far questo è altresì necessario un periodo di acclimatazione, circostanza inconciliabile con la partecipazione alla Coppa del Mondo …

Per fortuna dell’azzurro, oltre alle pressioni di Vittori, egli ha due “amici fidati”, ovvero il Presidente FIDAL Primo Nebiolo (che nel 1981 assumerà la Presidenza anche della IAAF, la Federazione Internazionale …) ed il giornalista Tv Gianni Minà, un vero talento nel seguire dappresso i grandi Campioni, celeberrima la sua amicizia con il leggendario pugile Muhammad Alì.

Ed è così che a spuntarla è il partito del “tentiamo il record”, mentre a sostituire Mennea in Coppa del Mondo sono i polacchi Marian Woronin (terzo sui m.100 in 10”28) e Leszek Dunecki, secondo sulla doppia distanza alle spalle di Leonard con 20”50 ed anch’egli presente alle Universiadi, ma con certo minori ambizioni dell’alfiere del Bel Paese quanto a prestazioni cronometriche.

Il programma ideato dal Prof. Vittori dà i suoi frutti, visto che in due gare di allenamento, il velocista azzurro corre i 200 metri in 19”8 manuale il 3 settembre ed il giorno dopo addirittura i m.100 in 10”01, un record italiano destinato a restare ineguagliato per quasi 40 anni, ovvero sino a che, il 22 giugno 2018 il 20enne Filippo Tortu diviene il primo italiano ad infrangere la barriera dei 10” netti, coprendo la distanza in 9”99 …

Per quel che riguarda le prove delle Universiadi, con Mennea iscritto sui soli 200 metri oltre che quale componente della Staffetta 4×100, il programma prevede batteria il 10 settembre, con semifinali il giorno seguente e la Finale il 12 settembre, e che possa nascere qualcosa di importante lo si intuisce dall’esito delle batterie, che vedono il barlettano scendere per la prima volta sotto i 20” netti con cronometraggio elettronico, fermando lo stesso sul tempo di 19”96 …

Impostosi in 20”04 nella prima delle due semifinali, sono in molti a chiedersi dove potrà spingersi l’alfiere azzurro nella Finale del giorno dopo, con la circostanza di “affrontare ad armi pari” il record mondiale di Tommie Smith risalente ad 11 anni orsono, in quanto realizzato sulla stessa, identica pista …

Un autentico fenomeno della velocità, l’allora 24enne Smith, altresì eccellente quattrocentista, specialità in cui vantava un primato di 44”5 e che sarebbe potuto essere un antesignano dell’accoppiata 200/400 metri poi portata a buon fine dal connazionale Michael Johnson ai Mondiali di Goteborg ’95 ed ai successivi Giochi di Atlanta ’96, se non avesse anteposto i diritti della comunità afroamericana alla propria gloria sportiva …

Come ampiamente noto, sia lui che John Carlos inscenarono una plateale protesta in occasione della cerimonia di premiazione della gara dei m.200, salendo sul podio senza scarpe per evidenziare i calzini neri indossati ed alzando al cielo un pugno guantato di nero con tanto di capo chino al suono dell’inno americano, con conseguente espulsione dai Giochi e dal Team Usa per il resto della carriera.

Questioni politiche a parte, vi è sempre un dibattito tra gli esperti se, per ottenere una grande prestazione sia meglio essere spronati da avversari di pari livello (come accaduto a Smith nel 1968 …) o seppure il fatto di avere già in tasca la vittoria consenta di concentrarsi maggiormente sul solo riscontro cronometrico …

Ad avviso di chi scrive, non può esservi una risposta univoca, bensì che una tale questione debba giocoforza riflettere il carattere del singolo atleta ed, in questa specifica occasione, Mennea affronta la Finale del 12 settembre 1979 nella seconda delle due riferite ipotesi …

Favorito dal ricevere in sorte la quarta corsia – oggettivamente la migliore, nonché quella che in ogni Meeting in Italia gli viene sempre assegnata come una sorta di “diritto divino” – nonché da un vento (1,8m/s) di poco entro la norma, Mennea affronta la curva (notoriamente il suo punto debole …) con una decisione mai vista, rischiando addirittura di sbandare tanta è la potenza esplosa dalle proprie gambe, che gli consente comunque di transitare a metà gara in 10”38 per poi distendersi con la sua proverbiale progressione sul rettilineo finale, coperto in 9”38 per un sensazionale riscontro di 19”72 (!!), nuovo record mondiale, 0”11 centesimo in meno del primato di Smith.

Il polacco Dunecki, che già aveva colto l’argento sui 100 metri, replica la piazza d’onore ma con un distacco impensabile di oltre mezzo secondo (20”24), mentre terzo, ancor più staccato, giunge il britannico Ainsley Bennett (20”42), tutti comunque al di sotto dei loro precedenti limiti …

Peccato solo che l’impresa non abbia avuto la meritata cornice di pubblico, con lo “Estadio Nacional” praticamente deserto, dato lo scarso “appeal” delle Universiadi, nonché l’orario fissato per la Finale, vale a dire le ore 15:00 …

Tale circostanza comporta che, per effetto del fuso orario, in Italia fossero le 23:00 e la notizia del record mondiale di Mennea viene diramata dai Telegiornali della notte – all’epoca esistevano solo Rai1 e Rai2 – e pertanto portata a conoscenza non dell’intero Paese così che, in molti, solo all’indomani mattina hanno la possibilità di apprendere la fantastica notizia.

Chi ha realizzato un altro dei suoi tanti scoop è proprio Gianni Minà, che si lancia immediatamente verso il neo primatista mondiale, microfono in mano, per strapparne le prime impressioni, anche se alla domanda d’obbligo: “C’è qualcuno più felice di te in questo momento …?”, la risposta è spiazzante: “Sì, mio padre …!!”, ma in essa c’è tutto il concentrato del personaggio Mennea, uno che non ha mai tradito né rinnegato le proprie origini e che sa quanto per ottenere un qualsiasi risultato siano necessari anni di duro lavoro, fatica, rinunce e sacrifici …

L’anno seguente Mennea raggiunge l’apice della carriera cogliendo la medaglia d’Oro sui m.200 ai Giochi di Mosca, per poi partecipare alla sua quarta Finale olimpica quattro anni dopo nell’edizione di Los Angeles ’84, concludendo settimo in 20”55 all’età di 32 anni, mentre il suo primato resta imbattuto per 17 anni, prima che a superarlo fosse il fuoriclasse Usa Michael Johnson, dapprima scendendo a 19”66 ai Trials olimpici e quindi a 19”32 nella Finale dei Giochi di Atlanta ’96, per poi passare il testimone al “fulmine” giamaicano Usain Bolt ed ai suoi record al limite delle possibilità umane.

Ma in Europa, e tanto meno in Italia, deve ancora nascere, a 40 anni di distanza dall’impresa di Pietro Mennea, colui che può insidiarne il primato, pur se l’anno scorso, esattamente il 9 agosto 2018 in occasione della Finale dei Campionati Europei di Berlino, il turco Ramil Guliyev si è fermato a 19”76 facendo intendere che è nelle sue corde tentare l’assalto al record continentale …

Normale che ciò avvenga, in quanto i primati passano, ma le imprese restano, e quella di Pietro Mennea, quel 12 settembre di 40 anni fa è destinata a rimanere in eterno nella Storia della nostra Atletica Leggera …!!